Ripensando la fede.




Certe cose persero impulso dentro di me. Certe asserzioni si svuotano prima che giunghino al mio cuore. Certe affermazioni non fanno più senso quando organizzo la mia giornata.

La mia fede ha smesso di essere una forza diretta a Dio che lo costringa ad agire. Concepisco la fede come il coraggio di affrontare l'esistenza coi valori del Vangelo. La fede signica una scommessa; la verità vissuta e rivelata da Gesù di Nazareth è diventata sufficiente per me per affrontare le contingenze del mondo senza disumanizarmi. La fede non conduce il Divino, ma serve come pietra d’appoggio dove mi impello per l’avvincente (e pericolosa) avventura di vivere.

Già non spero che una relazione con Dio mi schermi di incidenti. Io non credo, e né voglio che Dio mi copra con una carcassa impenetrabile. Io trovo un assurdo promettere, in mezzo a tanta sofferenza, che una vita obbediente e pura genera la sicurezza contro malattie, incidenti, violenza.

Io considero frivolo affermare che quando le donne pregano, Dio salva i loro bambini se loro si coinvolgono con droghe, la promiscuità e altri mali. Perché Dio rimarrebbe di mani legate o indifferente a causa delle scelte, molte volte goffe, di ragazzi e ragazze? Questo vuol dire che, se i genitori non vegliano, Dio permette che i loro bambini si perdano? Come Dio incita qualcuno a pentirsi; Trascina per forza in risposta alla richiesta dei genitori? Chissà se la "salvezza" dei bambini non dipenda così tanto di un intervento divino, ma dell'esempio dei genitori?

Tanto nel Vecchio Testamento quanto nel ministero terrestre di Gesù, ci sono rapporti in cui Dio rifiuta di manipolare o costringere a non portare qualunque persona a lui. Dio è amore e chi ama diventa vulnerabile all’abbandono. Un esempio classico viene dal profeta Osea che ha incarnato un rifiuto simile a quello di Dio.

Quando Israele era fanciullo, io l’amai, e chiamai il mio figliuolo fuor di Egitto.(11.1).

Nel Vangelo di Luca, Gesù lamentò sulla città di Gerusalemme che, oltre al ripetere il modello di intraprendere i profeti, lo rifiutò:
Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti, e lapidi coloro che ti son mandati! quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ale, e voi non avete voluto! (13.34).

Io non credo che, per coloro che realizzano dei riti religiosi, l'esistenza diviene un mare di pace. Io non immagino che, quando rispettando correttamente i comandamenti, il mare della vita smette di essere rischioso.

Pregare di occhi chiusi, pregare fervorosamente il terzo, pregare inginocchiato, fare campagne per intercedere ferocemente nelle vigilie, pregare urlando, nessuna di queste espressioni religiose intende la devozione, ma si bada ai vantaggi che le altre creature umane, che non le fanno altretanto, loro non gradiranno. Io le considero clientelismo puro, ripetizioni vane, pugno su punta di coltello, mescola d’illusione con speranza.

Si assomigliano allo sforzo delle tartarughe che sognano le altitudini, ma si sentono costrette a respirare del polvere della strada.

Io trovo indegno un Cristiano chiedere che Dio lo aiuti ad essere promosso al concorso pubblico. Infatti, io considero un orrore etico. Nello stesso modo, in economie che producono esclusi non è legale chiedere che il Signore “apra una porta di lavoro”. Non ha senso concepire che L’Onnipotente riesca a mettere più persone nel mercato di lavoro di paesi emergenti che nelle aree più misere del mondo, dove miliardi sopravvivono con meno di 1 dollaro per giorno.

Mi sono già indisposto coi grandi segmenti del mondo evangelico, ma io non riesco a tacere. Dappertutto, sento dei cliché come se fossero asserzioni misericordiose della fede. Purtroppo, tali gerghi compiono il ruolo ideologico di portare via le persone dalla realtà, spingendole al delirio religioso. Religione in quel caso è solo oppio.

Soli Deo Gloria.


Da: Ricardo Gondim

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